
«light my fire»Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipisici elit, sed eiusmod tempor incidunt ut labore et dolore magna aliqua. Ut enim ad minim veniam, quis nostrud exercitation ullamco laboris nisi ut aliquid ex ea commodi consequat.

Quando lei gli si era seduta in grembo e gli aveva chiesto raccontami una storia, lui era rimasto sorpreso.
Di notte,quando lei era più piccola, lui sedeva in veranda, sotto la sua finestra, e tendeva le orecchie per ascoltare il suo respiro. Nel fruscio continuo del vento, in quelle lande ventose di campagna, quasi gli sembrava di poterlo distinguere, il respiro regolare tipico dei bambini addormentati. Sedeva in veranda sulla sedia a dondolo, la faceva muovere leggermente avanti e indietro e di tanto in tanto interrompeva il moto, perché il cigolio lo distoglieva da quella divina e pura occupazione. Divina e limpida, così pura era la dedizione con cui tendeva le orecchie e ascoltava il respiro della figlia, e così innocente era il desiderio di vegliare, anche solo ascoltando, i suoi sogni,che non si era mai preoccupato di inventare delle storie, di costruire storie concrete, con inizi, finali e svolgimenti diversi da quelli che la loro vita comune, semplicemente, suggeriva. Non gli serviva peregrinare in città sconosciute, non gli serviva dedicarsi a qualcosa che non era suo, che non era loro e loro soltanto , perché quello che avevano era pura e innocente dedizione,perenne, e l’immaginazione cui si dedicavano era qualcosa di più reale e sottile.
Quando si muoveva per la stanza di lei, la notte, aggirava senza sforzo, al buio, i due mostri , le stampelle di ferro, lucide e spettrali nella luce fredda che entrava dalla finestra, sulle quali lei si sosteneva in piedi. E nei solchi lisci tracciati nella plastica nera rimaneva traccia delle manine sudate, del loro calore, dello sforzo che era solo reggersi in piedi. Sulle mensole ricoperte di peluche e centrini di pizzo, non c’erano fotografie, non c’erano calendari con il suo visino sorridente, non c’erano immagini di lei,così minuta, che quando sorrideva ancora mostrava le finestrelle lasciate dai denti. Non c’era traccia degli anni trascorsi, non una, perché gli anni passavano senza che i cambiamenti venissero incisi e ciò che non viene inciso non rimane, è cancellato, spazzato via. Quindi lei non aveva età. Perché ogni nuovo anno cancellava il precedente e ogni centimetro in più in altezza cancellava il percorso e i centimetri che lo avevano preceduto. Lei era senza tempo, senza percorso, senza inizio e quindi senza fine. Era semplicemente lei .
Ad ogni passo pesante sulle assi del pavimento, lei gemeva. Un gemito brevissimo, talmente breve che neppure si sentiva e così fioco e trasparente che si sarebbe detto non ci fosse mai stato. Invece c’era e lui lo sentiva. Il padre sentiva ogni vibrazione dei polmoni della figlia, così come sentiva il suo respiro in mezzo alle lande ventose della campagna. Sentiva la consistenza di quel gemito, come con le dita sentiva la consistenza di un frutto. Lo tastava col pensiero, lo pesava sul palmo della mano. E quando era abbastanza vicino da sentirlo con le orecchie, con i sensi che il corpo gli forniva e non più solo con i sensi che la sconfinata dedizione gli aveva affinato, quando era abbastanza vicino da coglierlo nella sua interezza, si muoveva, con circospezione, seguiva i suoi passi, gradino dopo gradino, tendendosi per afferrarla alla prima caduta, per sorreggerla alla prima incertezza. Le gambine rachitiche e bianche si abbronzavano al sole caldo che picchiava in veranda,nel tardo pomeriggio. Crescendo in lunghezza si assottigliavano, diventando stuzzicadenti di carne bruna, e si vedevano tremare impercettibilmente mentre si teneva in piedi sorretta dai mostri . Quegli stessi mostri chela sera abbandonavano, come in gioco, sul pavimento, accanto al letto,lasciando che sprofondassero negli enormi stagni tropicali, dove victorie amazzoniche dalle foglie grandi come poltrone e divani si diramavano. E una di quelle foglie era il lettino di lei, un lettino senza coperte né spalliere,solo un enorme disco verde, che ad ogni movimento improvviso liberava il fresco rumore delle acque agitate. Lasciavano andare i mostri giù alla deriva, li guardavano sprofondare nell’acqua torbida e finché non erano scomparsi trattenevano il fiato. Allora esultavano e il papà copriva la figlia con una coperta di foglie e si precipitava ai piedi della grande cascata per distinguere il respiro di lei dal respiro di tutti gli animali della giungla. La notte, quando lei aveva un incubo, nell’acqua torbida nello stagno sotto al letto comparivano le pinne di pesci mostruosi. Risalivano in superficie con i denti giallastri, dopo aver mangiato un tonno o una seppia gigante, con la pinna luccicante d’acqua salata che tagliava l’acqua come fosse un coltello. Allora lei lo chiamava, ritirava le coperte perché i pesci non potessero tirargliele e farla rotolare giù. Non muoveva le gambine gracili perché non le mordessero. Lui la sentiva, sentiva il richiamo della bambina in pericolo e si precipitava su per le scale. Con un bastone scacciava via i pesci, li colpiva sul muso e sul dorso. Loro lo minacciavano con i denti, ma lui sempre più forte li colpiva. E quando le pinne appuntite erano sparite sul fondo dello stagno, lui la raggiungeva a nuoto sulla foglia gigante, lei gli faceva posto sotto la coperta di foglie e si addormentavano insieme.
Quella sera lui era seduto alla scrivania, con il portatile acceso e mandava una mail. L’aveva sentita arrivare, zampettare con i mostri fino alla poltrona, abbandonarli accanto alla libreria e sederglisi sulle ginocchia.
Raccontami una storia gli aveva chiesto. Una bella storia, una qualsiasi.
La mattina,dovevano dare la caccia alle cialde. Lui metteva la pastella sulla piastra e le dava la forma, ma la pastella si risentiva e scappava via. Oppure erano le frittelle, che prendevano il volo dalle padelle. Lei sedeva, come un uccellino,appollaiata sullo sgabello della cucina. Le gambine gracili e abbronzate pendevano ai lati, addormentate e stanche dopo le agitazioni della notte. Sulla tavola imbandita per la colazione, il papà infilzava le croccanti cialde e le soffici frittelle, le incatenava ai piatti con tonnellate di sciroppo e panna, le appesantiva perché non potessero volare. E quando una di essere,timidamente, alzava la testa sotto i cumuli di zucchero e volgeva lo sguardo alla finestra aperta, la bambina la sbocconcellava e dava le briciole agli uccellini, perché potesse volare almeno nella pancia degli usignoli.
Quando l’inverno si faceva caldo, il papà portava la bambina in gita. Una volta erano andati nella città vicina. Avevano lasciato i mostri nel furgoncino, abbandonati sul sedile posteriore. Lei gli si era aggrappata alla schiena come una scimmietta, le gambine tremule come rametti spezzati dondolavano amabilmente, assaporando la corposità dell’aria della baia. Allora dalle finestre si levavano i canti striduli delle donne che stendevano e sbattevano panni colorati. Dalle taverne saliva fragrante l’odore della carne cotta, l’odore umido dei mais per le humitas , l’odore che si assaporava sulla lingua del pesce arrostito. Compravano le sopaipas, che li guardavano con occhi verticali, e le mangiavano camminando al mercato. Quando il sole picchiava troppo forte, entravano in un locale e mangiavano carne con montagne di patatine fritte. La bambina ne prendeva cinque, sei per volta, le metteva nella bocca affamata e le assaporava, succhiando il sale dalle dita brune. Tutto sapeva di sale, anche il mais, odorava tutto di mare, il sudore che leccavano dal labbro superiore umido era salato come l’acqua di mare. Mentre il papà faceva visita alla vecchia casa di una zia, la bambina sedeva sulla porta, senza i mostri a darle noia, solo le gambine rachitiche stese al sole caldo di gennaio. Qualche volta si avvicinava un cane, spelacchiato e smagrito come le sue gambette, o un bambino piccolo, sfuggito al controllo severo della madre. Una volta le si era avvicinata una cagna gravida, con il pancione steso verso il basso che quasi toccava terra. La cagna le annusava i polpastrelli odorosi di pietanze saporite e ricoperte di spezie, stendeva la pancia gonfia sui piedini scalzi e sensibili di lei. E lei immaginava i cagnetti, uno sull’altro, piccoli e spelacchiati, con zampette rachitiche come le sue e gli occhi chiusi, le immaginava stendere i musi oltre la pelle della madre e cominciare ad annusare l’aria calda e odorosa di quelle mattine invernali. Poi, in groppa al papà che era il suo destriero, galoppavano su e giù per i vicoli, attraversavano panni stesi ad asciugare, rovesciavano ceste ricolme di lucente biancheria, solo per poi chiedere scusa e rimettere a posto.
Quando la macchina era dal meccanico, si sdraiavano in veranda e prendevano il sole, come naufraghi su una zattera dalle assi dipinte di bianco e sporche di terra. Intorno alla zattera sentivano lo sciabordio del mare azzurro, tutto intorno. Allora ripetevano l’alfabeto, così forte da spaventare i pesci grossi e ridacchiando con voci abbastanza squillanti da attirare quelli piccoli. Gettavano gamberetti fritti ed esche di fiori rossi ai pesci, li pescavano e li ributtavano in mare, sommergendoli con il fiume impetuoso delle consonanti, le rudi consonanti attaccabrighe, o facendoli saltellare nelle delicatezze morbide delle vocali. La cosa più bella erano le lezioni di ortografia, in cui si tracciavano le parole più belle e musicali e ci si sfidava in rocamboleschi duelli all’ultimo sangue, con per arma una penna a sfera e come scudo il foglio bianco da riempire di parole. Le parole che preferivano erano quelle femminili,perché ricordavano le carezze prospere e profumate delle madri. Quelle maschili le usavano quando avevano voglia di sfidarsi.
Sai, di quelle storie dove la principessa viene salvata dal principe o viene trovato un tesoro sommerso...
Una volta la bambina era caduta dal letto. Aveva battuto la testa, mentre ancora dormiva,con un tonfo sordo che era risuonato fino in veranda come una sentenza di morte. Dormiva mentre era caduta e per giorni non si era svegliata. Nel letto d'ospedale, dopo la corsa in macchina nel cuore della notte, dopo i punti messi sotto la frangetta cespugliosa color delle castagne, aveva continuato a dormire beata. Di fuori la notte sembrava infinita, sotto il cerotto bianco stavano incollandosi i lembi di carne e la camicina un po’ sporca di sangue era stata messa a lavare. Sotto le lenzuola profumatissime si intravedevano gli stecchini delle gambe, così piccoli, come piccole dune sottili. I mostri erano ancora sul fondo dello stagno, non sarebbero riemersi fino al mattino. Ma così addormentata non ne aveva bisogno.
Quando al mattino presto aveva aperto gli occhi blu come il turchese, aveva raccontato al papà di un’impresa grandiosa. Un pesce più grosso degli altri era balzato fuori dall’acqua e con colpo poderoso di pinna l’aveva scaraventata giù dalla foglia. Il pesce l’aveva afferrata per i capelli, voleva portarla nel proprio nido su un albero.
I pesci non fanno il nido sull'albero!
Fa lo stesso!
Lei si era dibattuta, aveva tirato calci e pugni, ma era troppo stanca e si era addormentata. Si toccò la testa e sentì il cerotto e sotto al cerotto un pizzicorio fastidioso.
Che cos’è? Aveva chiesto al papà, stupita.
Dev’essere stato quando il pesce ti ha tirato per i capelli, si vede che per sbaglio ti ha morso
Sei stato tu a salvarmi, papà?
Certamente. Quando sono arrivato non eri sulla tua foglia e mi sono tuffato a cercarti!
Le raccontò di come aveva trovato il pesce, seguendo le tracce dei suoi fermagli per capelli e di come il pesce stesse per portarla in una grotta buia e misteriosa. Aveva trovato i mostri proprio davanti alla grotta e li aveva usati per colpire il pesce e trarla in salvo dai suoi orrendi artigli affilati.
I pesci mica hanno gli artigli!
Fa lo stesso!
Il pesce lo aveva seguito e lui l’aveva catturato. Lo aveva anche portato dal pescivendolo,se voleva poteva averlo per cena.
No, povero pesce. In fondo non era cattivo, era solo un po’ dispettoso
Nel grande letto d’ospedale sembrava ancora più piccola, assonnata e affannata creatura uscita dal mondo dei sogni con una cicatrice degna del peggiore dei pirati.
Quando, dopo un paio di giorni, erano tornati a casa, nella confusione variopinta della stanza, scavando sotto cumuli di vestitini abbandonati nella fretta della nanna, perché la nanna non può aspettare, avevano trovato il loro tesoro. Un dentino caduto dalla boccuccia da piragna. Allora per festeggiare avevano messo il dentino su un libro e l’avevano fatto volare in deltaplano per tutta la notte, su su, in alto nel cielo stellato.
