“Che cosa stai dipingendo?”
Sulla tela luccica il colore ancora umido che Elena ha steso. I pennelli ammonticchiati sulla scatola dei colori, le spatoline sporche, la camicia che ormai non ha più un colore ben definito gettata sul divano.
“Un parto”
Angelica guarda meglio la tela. Vede delle macchie di colore, lo sfondo nero già asciutto, delle mani di un color carne traslucido, si vedono i nervi contratti sul dorso di quelle mani contratte. E poi un panno bianco dipinto su gambe invisibili. Non c’è viso.
“Quello sarebbe un parto?!”
“Sì”
“Hai dimenticato almeno un decina di cose, allora…un dottore, prima di tutto…e poi il soggetto non ha la testa!” marca quest’ultima parola per sottolineare l’assurdità della cosa.
“Ma la testa c’è” esclama Elena, divertita. Con un dito sporco di colore (non c’è un centimetro di pelle su cui non ci sia del colore, pensa Angelica) indica la parte superiore della tela, leggermente a sinistra. Angelica non ci aveva fatto caso, ma ci sono schizzi di colori vivaci sullo sfondo nero, e si vedono degli occhi, occhi chiari, socchiusi, occhi stanchi, pervasi dall’estasi.
“Dimmi pure che sono matta, ma non ci capisco un accidente” soffia, mentre guarda scettica Elena disfare lo chignon sfatto che aveva in testa. I capelli biondi ricadono sul collo, solo l’unica cosa che si è salvata dalla confusione di colore della stanza.
“Andiamo, fai uno sforzo…”
“I tuoi quadri sono belli, davvero, ma sono difficili…come ti vengono in mente? Sembrano senza senso!”
“Sono più facili da leggere di molto libri” dice Elena, sistemando i capelli e cominciano ad indicare le parti del quadro “Vedi il telo bianco? Questo è facile, è un lenzuolo e queste sono le gambe. Il lenzuolo è bianco perché il bambino non ha ancora un sesso, è solo un’idea per colui che guarda, non è ancora nato. Lo sfondo è nero perché…inutile negare che il parto sia l’esperienza più dolorosa in assoluto per una donna, fisicamente almeno. Le mani….vedi, sono aperte ma sono contratte, sotto sforzo…si tendono verso il bambino che sta per uscire, ma fa talmente male che il gesto è forzato. Forse mi sono venute grottesche. E poi la testa. Ammetto che questo è un po’ difficile, ma non volevo rappresentare la scena di un parto vero e proprio (già i dottori non mi piacciono, figurati se li mettevo), piuttosto quello che avviene NEL corpo della donna. Ho sempre pensato al parto come un far “schizzar via” il bambino, doloroso ma tutto sommato insignificante come esperienza. Invece qualche mese fa ho sognato il mio parto e al mattino ho parlato con mia madre. Io ho sognato che il mio corpo diventava una specie di frullatore, tutto mi si rimescolava dentro e fuori, era un’esperienza allucinante e non provavo dolore, ma non potevo non urlare. Strillavo, non ne potevo più. Alla fine, era come se tutto il mio corpo si spezzasse, strappasse e poi si ricomponesse velocemente, dal basso verso l’alto, le mie gambe tremavano, nel basso ventre sentivo davvero una forza elastica potentissima trasformare le mie membra per quell’attimo, per quei pochi minuti di…espulsione…”
Angelica guarda la sua amica pittrice sgomenta. Sembra esaltata, persa nel ricordo di qualcosa che non le è neppure successa, gesticola e sorride, come fosse qualcosa di importante, magico, mistico quello che le sta raccontando.
“Sì, ma questo non piega perché non ha la testa”
“Ci sto arrivando…dunque, mentre il mio corpo si trasformava in quel modo, mi sembrava anche che si spezzasse, che il momento fosse troppo forte, che dal di dentro io stessi esplodendo e implodendo più volte, ma se guardavo giù non vedevo niente di anormale, solo il lenzuolo sopra le mie gambe. Allora ho capito. Ho capito che tutto quello era reale, ma non stava accadendo davvero. Era nella mia testa. Cioè, i dolori erano veri, ma la trasformazione avveniva anche nella mia testa…ed era tutto un mix di emozioni: paura, gioia, attesa, incredulità, paralisi…per questo ho usato tanti colori…”
“E gli occhi?”
“Dovevo far capire che quella era la testa”
Silenzio.
Angelica torna a guardare il quadro, ancora più confusa. Elena non ha mai avuto figli. Quindi probabilmente il sogno che ha fatto era un panzana. Dove ha trovato tutte quelle idee sul parto?
“Come fai a sapere che è così?” le sembra una domanda più che legittima.
Elena fa spallucce e si dirige verso il bagno per farsi una doccia “Ho parlato con mia madre, no? E lei ha confermato” arrivata alla porta si ferma e sorride “E sai cos’ha detto? Che è come avere il ciclo, se moltiplichi il tutto per diecimila. Ecco, i colori sono i miei ormoni, volendo…” e sparisce in bagno.
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