Storie come foglie

me
«light my fire»
Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipisici elit, sed eiusmod tempor incidunt ut labore et dolore magna aliqua. Ut enim ad minim veniam, quis nostrud exercitation ullamco laboris nisi ut aliquid ex ea commodi consequat.

I miei racconti nascono...be', è difficile parlare di nascita. C'è una gestazione, certo, ma molto breve. Sono subitanei, nel loro formarsi. Ma nascita, è difficile a dirsi. Nascono perchè escono fuori dalla mia testa, perchè le mie dita danno loro una forma. Ma anche quando sono nati, non si separano da me, non vivono senza di me. Non ancora. Scrivo per me stessa, perchè non posso farne a meno e perchè non ho uno scopo vero, nella vita, se non imparare ad esprimermi e a comprendere quel che ho intorno. Non c'è nient'altro che abbia più senso, per me, di un bel racconto. Spero di accompagnarvi per un lieto qaurto d'ora. Eleonora Lorenzo


blog
past
oggi
luglio 2008


categories
racconti che sono quasi favole
racconti come storia
racconti deliranti
racconti surreali
Come se, a guisa di un bambino che solo lei poteva mettere al mondo, fosse portatrice del loro avvenire
Marguerite Yourcenar

La sublime pazzia della rivolta
Indro Montanelli

E qualcuno li chiamerà Creaturine trovandoli accanto ai resti di un libro intenti a brucare l'erba delle aiuole
Alberto Capitta

Perché mai a me questa paura, stabilmente, come un guardiano davanti al mio cuore profetico volteggia? E un canto non richiesto, non pagato, pronuncia profezie, né posso io scacciarlo come si fa con sogni confusi, in modo che la fiducia rassicurante sieda sul trono della mia mente?
Eschilo

La prima parola intima che le aveva detto era stato il nome del suo paese natale.
Sàndor Màrai

Sto leggendo



bloggers

1. 2. 3.


credits
template realizzato da Kyiaia
distribuito qui ma anche su 1 2 3 4
thanks



Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

Registra il tuo sito nei motori di ricerca

Il quadro
“Che cosa stai dipingendo?”
Sulla tela luccica il colore ancora umido che Elena ha steso. I pennelli ammonticchiati sulla scatola dei colori, le spatoline sporche, la camicia che ormai non ha più un colore ben definito gettata sul divano.
“Un parto”
Angelica guarda meglio la tela. Vede delle macchie di colore, lo sfondo nero già asciutto, delle mani di un color carne traslucido, si vedono i nervi contratti sul dorso di quelle mani contratte. E poi un panno bianco dipinto su gambe invisibili. Non c’è viso.
“Quello sarebbe un parto?!”
“Sì”
“Hai dimenticato almeno un decina di cose, allora…un dottore, prima di tutto…e poi il soggetto non ha la testa!” marca quest’ultima parola per sottolineare l’assurdità della cosa.
“Ma la testa c’è” esclama Elena, divertita. Con un dito sporco di colore (non c’è un centimetro di pelle su cui non ci sia del colore, pensa Angelica) indica la parte superiore della tela, leggermente a sinistra. Angelica non ci aveva fatto caso, ma ci sono schizzi di colori vivaci sullo sfondo nero, e si vedono degli occhi, occhi chiari, socchiusi, occhi stanchi, pervasi dall’estasi.
“Dimmi pure che sono matta, ma non ci capisco un accidente” soffia, mentre guarda scettica Elena disfare lo chignon sfatto che aveva in testa. I capelli biondi ricadono sul collo, solo l’unica cosa che si è salvata dalla confusione di colore della stanza.
“Andiamo, fai uno sforzo…”
“I tuoi quadri sono belli, davvero, ma sono difficili…come ti vengono in mente? Sembrano senza senso!”
“Sono più facili da leggere di molto libri” dice Elena, sistemando i capelli e cominciano ad indicare le parti del quadro “Vedi il telo bianco? Questo è facile, è un lenzuolo e queste sono le gambe. Il lenzuolo è bianco perché il bambino non ha ancora un sesso, è solo un’idea per colui che guarda, non è ancora nato. Lo sfondo è nero perché…inutile negare che il parto sia l’esperienza più dolorosa in assoluto per una donna, fisicamente almeno. Le mani….vedi, sono aperte ma sono contratte, sotto sforzo…si tendono verso il bambino che sta per uscire, ma fa talmente male che il gesto è forzato. Forse mi sono venute grottesche. E poi la testa. Ammetto che questo è un po’ difficile, ma non volevo rappresentare la scena di un parto vero e proprio (già i dottori non mi piacciono, figurati se li mettevo), piuttosto quello che avviene NEL corpo della donna. Ho sempre pensato al parto come un far “schizzar via” il bambino, doloroso ma tutto sommato insignificante come esperienza. Invece qualche mese fa ho sognato il mio parto e al mattino ho parlato con mia madre. Io ho sognato che il mio corpo diventava una specie di frullatore, tutto mi si rimescolava dentro e fuori, era un’esperienza allucinante e non provavo dolore, ma non potevo non urlare. Strillavo, non ne potevo più. Alla fine, era come se tutto il mio corpo si spezzasse, strappasse e poi si ricomponesse velocemente, dal basso verso l’alto, le mie gambe tremavano, nel basso ventre sentivo davvero una forza elastica potentissima trasformare le mie membra per quell’attimo, per quei pochi minuti di…espulsione…”
Angelica guarda la sua amica pittrice sgomenta. Sembra esaltata, persa nel ricordo di qualcosa che non le è neppure successa, gesticola e sorride, come fosse qualcosa di importante, magico, mistico quello che le sta raccontando.
“Sì, ma questo non piega perché non ha la testa”
“Ci sto arrivando…dunque, mentre il mio corpo si trasformava in quel modo, mi sembrava anche che si spezzasse, che il momento fosse troppo forte, che dal di dentro io stessi esplodendo e implodendo più volte, ma se guardavo giù non vedevo niente di anormale, solo il lenzuolo sopra le mie gambe. Allora ho capito. Ho capito che tutto quello era reale, ma non stava accadendo davvero. Era nella mia testa. Cioè, i dolori erano veri, ma la trasformazione avveniva anche nella mia testa…ed era tutto un mix di emozioni: paura, gioia, attesa, incredulità, paralisi…per questo ho usato tanti colori…”
“E gli occhi?”
“Dovevo far capire che quella era la testa”
Silenzio.
Angelica torna a guardare il quadro, ancora più confusa. Elena non ha mai avuto figli. Quindi probabilmente il sogno che ha fatto era un panzana. Dove ha trovato tutte quelle idee sul parto?
“Come fai a sapere che è così?” le sembra una domanda più che legittima.
Elena fa spallucce e si dirige verso il bagno per farsi una doccia “Ho parlato con mia madre, no? E lei ha confermato” arrivata alla porta si ferma e sorride “E sai cos’ha detto? Che è come avere il ciclo, se moltiplichi il tutto per diecimila. Ecco, i colori sono i miei ormoni, volendo…” e sparisce in bagno.
CharletBrown (domenica, 13 luglio 2008) | racconti deliranti [ commenti ? ]



1 2 3 4 5 6
successiva ›
ultima »