Storie come foglie

me
«light my fire»
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I miei racconti nascono...be', è difficile parlare di nascita. C'è una gestazione, certo, ma molto breve. Sono subitanei, nel loro formarsi. Ma nascita, è difficile a dirsi. Nascono perchè escono fuori dalla mia testa, perchè le mie dita danno loro una forma. Ma anche quando sono nati, non si separano da me, non vivono senza di me. Non ancora. Scrivo per me stessa, perchè non posso farne a meno e perchè non ho uno scopo vero, nella vita, se non imparare ad esprimermi e a comprendere quel che ho intorno. Non c'è nient'altro che abbia più senso, per me, di un bel racconto. Spero di accompagnarvi per un lieto qaurto d'ora. Eleonora Lorenzo


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luglio 2008


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racconti che sono quasi favole
racconti come storia
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racconti surreali
Come se, a guisa di un bambino che solo lei poteva mettere al mondo, fosse portatrice del loro avvenire
Marguerite Yourcenar

La sublime pazzia della rivolta
Indro Montanelli

E qualcuno li chiamerà Creaturine trovandoli accanto ai resti di un libro intenti a brucare l'erba delle aiuole
Alberto Capitta

Perché mai a me questa paura, stabilmente, come un guardiano davanti al mio cuore profetico volteggia? E un canto non richiesto, non pagato, pronuncia profezie, né posso io scacciarlo come si fa con sogni confusi, in modo che la fiducia rassicurante sieda sul trono della mia mente?
Eschilo

La prima parola intima che le aveva detto era stato il nome del suo paese natale.
Sàndor Màrai

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Una storia qualunque

Ci sembra di vederla, se ci accostiamo alla finestra. Una figura grassoccia in piedi in mezzo ad una stanza. Ad una stanza stracolma di roba. Ci sono il divano e il mobiletto della televisione. C’è la poltrona di pelle con le rughe intorno ai bordi e ci sono le deliziose scatole di porcellana e cristallo, le bomboniere dei battesimi, quelle per portarci le pillole. Sembra strano che in un ambiente così perfettamente pulito e perfettamente in ordine possa esserci un essere umano fuori posto. Né seduto sul divanetto rivestito di stoffa ricamata a fiori, né affaccendata intorno ai cuscini.
No, se guardiamo bene riusciamo persino a vederla, perché stona con l’atmosfera della stanza.
Pina. Che nome sciocco, gliel’ha scelto sua madre. Ma forse è il nome adatto per una signora di mezza età che se ne sta in piedi in mezzo ad una stanza immacolata.
Per cui, eccola, la signora Pina. Nel suo golfino color ruggine dai bottoni in madreperla, le perle in bella vista intorno al collo che con l’età si è un po’ ingrossato e sciupato, le scarpe nere. Lucidissime. Ha scelto un modello senza la fibbia. Le fibbie accumulano sporco, sono disordinate. E a lei piace che tutto sia perfettamente al suo posto, lindo, neutro, immacolato. Come per il pagliaccetto di porcellana. Quell’orribile, orribile pagliaccetto di porcellana.
Che lei trova divino.
Ma è davvero così orrendo? Se chiedessimo al bambino Giorgio, il bambino che è stato il figlio della signora Pina, ci risponderebbe di sì. Dalla gorgiera bianca dai bordi dorati emerge la testa rotonda e deformata da una massa riccioluta di capelli di un pagliaccio con l’espressione meno innocente e meno bonaria di questo mondo. Ma i pagliacci non sono né bonari né innocenti, direbbe il bambino Giorgio. Sono creature infide, che si dipingono in faccia un sorriso perché dentro stanno bestemmiando. Altrimenti non ci sarebbe bisogno di dipingerlo.
La signora Pina, invece, lo trova delizioso. Fa in modo che la luce del sole investa e si propaghi sulla superficie leggermente iridescente della porcellana bianca, che i bordi dorati, lucidati a specchio, creino dei piccoli riverberi sulla parete opposta. Le piace che il pagliaccetto sia in bella vista, per quando arrivano gli ospiti.
Ha litigato spesso con il figlio Giorgio a causa del pagliaccetto. Lui ha strepitato, da bambino, ha minacciato di romperlo. Lei non è mai riuscita a capire perché. Forse perché da bambino Giorgio si è spaventato durante lo spettacolo dei clown al circo, quando un clown alto due metri lo ha preso in braccio fra le risate della folla. Povero bambino impaurito trasformato dalla crudeltà di un servo della platea in fenomeno da baraccone. Una persona con un po’ di buonsenso risponderebbe che è per questo che Giorgio ne detestava anche solo l’idea. Ma il buonsenso è una cosa che va dosata e applicata alle piccole cose. A come apparecchiare la tavola perché nessuno abbia un compagno di posto a lui sgradito, come combinare un incontro interessante con la figlia dei vicini al proprio figlioletto, così inesperto riguardo alle faccende di cuore (e di nuore). A come mettere nella giusta posizione le suppellettili, perché facciano un gradevole effetto complessivo con tappezzeria, cuscini, padrona di casa.
Su questo la signora Pina è un’esperta. L’intera casa riflette il suo personale e perfettamente equilibrato senso estetico. Niente fronzoli inutili, niente volgarità, niente tocchi di postmoderno. Semplicità e decoro. I suoi soprammobili non hanno un solo intreccio, una sola decorazione che sia più complessa di un motivo a  foglie di vite. Perché le decorazioni troppo complesse accumulano sporco e polvere, che è poi difficile da togliere, che si accumula, inspessendosi in strati appiccicosi, così abbarbicati alla superficie che è impossibile che prima o poi le superfici nere si colorino di grigio, e quelle bianche di un orrendo color cenere. No, i suoi oggetti sono tutti rifiniti in linee morbide e semplici, su cui la polvere scivola dolcemente, prima di essere, semplicemente, aspirata, spostata, soffiata, attratta.
Dopo aver spostato il pagliaccetto di porcellana, la signora Pina se ne resta ancora un momento in piedi, ritta di fronte alla finestra, accanto alla credenza del salotto.
Una ruga sottile le si forma fra le sopracciglia.
Poi si guarda intorno, infine si siede sul divanetto.
E’ leggermente agitata. Non giocherella con la collana, né si mangia le unghie, ma si vede che ha addosso un leggero nervosismo. Perché non canticchia. Non canticchia. Non si muove cinguettando per la casa come un fringuello leggermente sovrappeso, spolverando con le alucce le cornici e rassettando i cuscini di poltrone e divani. Di solito, un donna poco impegnata come lei non ha che muoversi in giro per casa, sistemando le pieghe dei cuscini e dei centrini sotto le cornici delle fotografie. Appresso ad un marito sempre troppo stanco per trent’anni, vedova da dieci, madre da trentacinque di un unico figlio maschio, nuora per poco (fortunatamente?). Nel momento stesso in cui i principali poli delle sue giornate se n’erano andati (il marito in cielo e il figlio a vivere da solo), la sua casa era piombata di un insolito, sepolcrale silenzio. E quella casa era seriamante diventata un sepolcro. Con le sue tendine di pizzo e le presine a forma di abitino da marinaretto. E come un sepolcro l’aveva mantenuta. Immobile, pronta per le visite di improbabili amici, con i fiori sempre freschi. Forse nelle giornate di scirocco, come quando né piove né fa bel tempo e l’umidità increspa i suoi bei ricci fatti dal parrucchiere, si è sentita sola, come svuotata. Forse ha guardato la televisione, cercando di annegarsi in quel mare di vuoto. Forse ha sentito scoppiarle nelle orecchie il silenzio della casa. Di certo non ha mai smesso di occuparsene, prima con rassegnazione, poi con stiracchiato orgoglio, poi cinguettando con una fringuella. Perché la casa era divenuta la sua sola compagna, da accudire, rassettare, da tenere sempre pronta per improbabili visite.
E in effetti è sempre così. Ma oggi no, oggi non canticchia. Persino il rito del pagliaccetto e del sole è stato un po’ meccanico, un po’ forzato.
Cosa fa ora? Guarda l’orologio. Sono le tre del pomeriggio. Sbuffa, controlla anche la pendola che c’è sul caminetto. Evidentemente qualcuno è in ritardo o l’orologio non fa il suo dovere. Non si alza, si strofina una mano sul polso, in attesa.
Un uccellino passa frusciando, a razzo, davanti alla finestra. Un alito di vento fra picchiettare contro il vetro i rametti più insolenti delle sue rampicanti. La signora Pina si lascia andare ad un sospiro, accarezzando con lo sguardo l’atmosfera immobile della stanza. Com’è diversa l’atmosfera, probabilmente sta pensando. Quando Giorgio era piccolo e correva per la casa in calzoncini corti. E Paolo se ne stava seduto in poltrona a fumare la pipa.
La casa odorava di tabacco, per un po’ di tempo aveva odorato di latte. Ma non era occorso molto tempo a Paolo per riacquisire il dominio casalingo, dopo a Giorgio era stata imposta la rigida e formale suddivisione degli spazi. Tu stai in camera tua, in salotto fuma la pipa papà.

Squilla il telefono. Nel silenzio tombale della stanza il trillo insistente suona come una minaccia. Se il telefono potesse adattare il trillo allo stato d’animo di chi telefona, ogni squillo avrebbe il suono dell’urgenza. La maggior parte della gente telefona sempre con addosso una stridula impazienza. I secondi che separato la composizione del numero dalla risposta, sembrano a tutti interminabili, a molte persone provocano un leggero batticuore.
La signora Pina si alza, risponde, parla. Parla con una vocina piccola piccola. E’ sempre a disagio quando parla al telefono, è di quelle persone che intravedono nelle telefonate una sorta di minaccia, che temono di dice qualcosa di sconveniente, di provocare un silenzio imbarazzante.

Riattacca. Era Giorgio, ha detto che avrebbe fatto tardi. Katrine aveva avuto un problema con la macchina.
Katrine. Quel nome le provocava sempre uno strizzamento interiore.
Quando Giorgio l’aveva portata a casa, presentandola come sua fidanzata, la prima cosa che aveva notato era stata la sua durezza. Il corpo di Katrine era duro e sottile come un bastone, altrettanto sgraziato. Per tutto il tempo che era occorso a Giorgio per raccontarle del loro incontro, la signora Pina non le aveva tolto gli occhi di dosso, distratta da quello strano accostamento. Katrine-fidanzata.
La fidanzata si suo figlio è una creatura sottile. E’ quasi invisibile. L’immagine che le si dipinge nella mente, ripensandoci, è quella di un lungo bastone color carne con due spalle che sembravano manici e una testa in bilico in cima. Sulla testa, un ovale perfetto, spicca un improbabile naso adunco. Due occhi color cenere, piccoli e acuti, circondati da fitte ciglia nere, un’espressione di perenne distacco. Fredda e sottile, come un manico di scopa. Su quel petto ossuto e piatto come una tavola spuntano due ingenui e timidi seni, due piccole protuberanze che fanno capolino da un reggiseno imbottino (una donna sa sempre che tipo di reggiseno stai indossando). Per il resto, è un piatto manico di scopa con una testa in bilico in cima.
L’accostamento è quantomeno insolito. Quella creatura, acuta come il becco di un uccello, seduta compostamene accanto a Giorgio. Giorgio, con le sue forme aggraziate, le labbra carnose e gli occhi grandi, con negli occhi una segreta serenità e le mani sempre in movimento, sempre tese.
Giorgio è bello, è il vanto della sua vecchiaia. E’ il soggetto principale di ogni fotografia. Soprattutto delle fotografie che le sono più care, quelle che si ergono come palazzi nella confusione dei cosmetici, sulla toilette. Alternandosi a scatolette vaporose di cipria e a boccette di profumo, lancia occhiate pacate e luminose un bambino con i calzoncini corti, o un bambino al mare con le mani affondate nella sabbia, o un giovanotto con in mano una macchina fotografica, o ancora un giovane uomo con in mano una laurea e in testa un coroncina di foglie di alloro. Quando le mura della casa-santuario la fanno sentire claustrofobica, la signora Pina si nutre di quelle immagini, dell’odore dei cosmetici e delle lenzuola pulite. Si lascia andare ad una muta contemplazione, in quella casa perfetta ed equilibrata, quella casa tenuta come un museo. Il museo di Giorgio, di Paolo e di una figuretta un po’ carnosa vestita con abito bianco o in tailleur, con i capelli riccioluti fitti sulla testa e le guance piene.
E tutto questo catturato nelle immagini incorniciate o sistemate in bell’ordine negli album di fotografie. C’è persino una scatola, da qualche parte, una vecchia scatola di biscotti in cui ha conservato fotografie di belle donne, vecchi articoli di giornale, volantini con modelle aggraziate e benvestite. Era il suo tesoro, il suo tesoro segreto e nelle lunghe serate invernali, quando Paolo era in viaggio per lavoro, seduta alla toilette prendeva Giorgio fra le braccia e gli lasciava affondare le mani nella montagna di fotografie, come si fosse trattato di sabbia. Scavavano insieme in quei mucchietti di foto, lui le appoggiava la testa sulla spalla, sfogliandole a caso. Le donne più belle che ci fossero in giro, dalle curve morbide e i corpi torniti, gli occhi caldi e sereni, i sorrisi invitanti. Lui le accarezzava sulla carta e lei, segretamente, lo educava alle belle cose, alla bellezza semplice e morbida dei corpi femminili e dei soprammobili non troppo elaborati. Condividevano il segreto della scatola di fotografie e condividevano lo stesso amore per la bellezza, la bellezza raffinata, per l’eleganza, per la classe delle dive del cinema e delle principesse straniere. Dimenticavano persino i litigi, i pianti, le scene che Giorgio metteva su quando faceva i capricci, i capricci per il cibo e per il pagliaccetto di porcellana. In quelle serate solitarie, Pina e Giorgio, madre e figlio, riuscivano a trasformare la stanza vuota e silenziosa in un universo fantastico.
Le viene difficile, adesso, persino imbarazzante, pensare al corpo freddo e duro di Katrine, a quelle braccia sottili e striminzite, alla testa in bilico, ai seni piccoli e infantili. Katrine la disturba. Perché è così sgraziata, è così spigolosa che stona con la sua casa, la sua casa museo. Quello sconvolgente pomeriggio la guardava muoversi per la stanza, osservando i suoi soprammobili, i suoi oggetti di così buon gusto. Ammirandoli, persino. Ma sempre con gli occhi freddi, con un’aria di sufficienza.
Katrine vanificava l’educazione che aveva impartito a Giorgio, Katrine approfondiva il solco che si era creato fra lei, Pina, e il figlio, ormai un uomo fatto, un uomo dalle scelte libere e consapevoli. Katrine rompeva l’incanto delle serate d’inverno.

Perché è questo che ti dà tanto fastidio, vero Pina? Mi permetti di chiamarti Pina?
Non è che lei sia sgraziata. Si muove ondeggiando, come se le gambe magre non la reggessero o come se stesse, da un momento all’altro, per essere spazzata via. Lo sguardo carico di sufficienza, quegli occhi grigi freddi e orrendamente spietati ti mettono a disagio. Ma non è il suo essere così sgraziata a darti fastidio. Ammettilo.
Lei ti fa paura. Ti fa paura questo suo essere così diversa da come avresti voluto che fosse la fidanzata di tuo figlio, quel figlio che hai allevano coscienziosamente per trent’anni, quel figlio in cui hai trovato compagnia e complicità e che hai educato alla bellezza, all’obbedienza, all’amore materno. Lei ti terrorizza.
Con il suo sguardo freddo, lei che mette piede in casa tua come nuova donna nella vita di Giorgio, con i suoi occhi color cenere sembra polverizzare la tua casa, i tuoi ricordi, i tuoi sforzi. Sembra deridere e smascherare la perfezione e ‘equilibrio con cui hai vestito e svestito la casa, sembra mostrarteli per quello che sono: insulsaggini. Ah, ma forse lo hai sempre creduto, forse proprio in quei pomeriggi di scirocco, quando non piove né c’è il sole, c’è solo il cielo bianco e il sole smorto da qualche parte là in cima e i tuoi capelli s’increspano, forse proprio in quei pomeriggi in cui ti senti sola e non riesci a far stare in ordine le cose, a non vedere la casa nella giusta luce. Forse proprio in quei giorni in cui ti senti così insicura, hai pensato che le cose per cui mettevi tanto impegno in realtà non erano che stupidaggini, che cose inutili e insulse. Forse lo hai pensato, ma non hai avuto il coraggio di approfondire la questione. Avevi tante cose da fare, Pina. La casa, e la spesa e i mobili e le fotografie da spolverare, e nuove tende da comprare. Ma comprare per chi, Pina?
E ancora, lei ti terrorizza. Perché lei dissolve, con un solo colpo di gamba ossuta tutto quello che ai costruito con Giorgio. Lei vanifica la complicità, la dolcezza, l’intimità di quelle serate con le mani immerse nella scatola delle fotografie. Lei vanifica un qualcosa che l’età e gli ormoni e gli interessi di Giorgio avevano già spazzato via. Non te ne rendi conto?

Suonano al citofono. La signora Pina corre alla porta, si muove ticchettando, un po’ impedita dalla gonna, verso il citofono.
-Chi è? Chiede con un acuto pigolio.
Con un sorriso di eccitazione, preme il pulsane.

CharletBrown (domenica, 13 luglio 2008) | racconti surreali [ commenti ? ]



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